Le correzioni (2001)·Jonathan Franzen·01·09·2026
L'ultima correzione
Aspettiamo tutti la decisione che sistemerà ogni cosa, una volta per tutte. Una riflessione su correzioni e guarigioni, con una famiglia del Midwest a farci da specchio.
Quante volte ci raccontiamo che la prossima decisione sarà quella definitiva, quella che finalmente allineerà la vita che viviamo a quella che avremmo voluto? Cambiamo lavoro, città, abitudini, a volte persino carattere; passiamo anni a correggere la rotta, convinti che il prossimo aggiustamento sia quello giusto. E quante volte scambiamo un aggiustamento per una guarigione?
La correzione definitiva non arriva
C'è una parola, nel linguaggio della finanza, che descrive bene questa illusione: si chiama correzione il momento in cui un mercato, salito troppo e troppo in fretta, si riallinea bruscamente alla realtà. Trapiantata nelle vite private, la parola cambia peso: ognuno di noi vive momenti di correzione, tentativi di far coincidere la vita che si è costruito con quella che avrebbe voluto avere. Solo che la correzione, quando arriva, arriva quasi sempre parziale, tardiva, insufficiente rispetto al danno che dovrebbe riparare.
Non è cinismo: è che prendiamo sul serio il desiderio di cambiare, ma la vita si rifiuta di premiarlo con una soluzione facile. Forse la vita adulta comincia davvero quando si smette di aspettare la correzione definitiva, quella che sistema tutto una volta per tutte, e si impara invece a convivere con gli aggiustamenti continui, imperfetti, mai risolutivi, che sono poi l'unica forma di cura che ci è concessa.
Il debito che non si salda
C'è poi un debito che nessuna correzione riesce a chiudere: quello con chi ci ha messo al mondo. A un certo punto ogni figlio adulto capisce che non potrà mai davvero riparare quello che i genitori gli hanno lasciato addosso, né restituire loro ciò che gli hanno dato o negato. Si può passare una vita a correggere la rotta; ma quel conto resta lì, aperto, e l'unica cosa che si può fare è imparare a conviverci.
C'è qualcosa di universale nello scarto tra l'idea che ci facciamo dei nostri genitori da giovani, quando sembrano infallibili o insopportabili, e quella che ne abbiamo quando cominciano a invecchiare e a sbagliare apertamente, davanti a noi, senza più potersi nascondere dietro l'autorità del ruolo. È in quel momento, di solito, che smettiamo di chiedere loro la correzione che aspettavamo da sempre; e qualche volta, senza il giudizio di mezzo, riusciamo perfino ad amarli più facilmente.
Vivere in pareggio non è previsto
Se c'è una quiete possibile, non somiglia a una risoluzione: non tutto viene sistemato, non tutti i conti si chiudono. La vita non si corregge come un bilancio, non si chiude in pareggio. Si vive, con gli errori dei genitori dentro, e i propri, sperando che i figli, un giorno, trovino un modo più gentile del nostro di portarli.
A dare un nome a tutto questo, per chi scrive, è stato un romanzo: una madre che vuole un ultimo Natale tutti insieme, come se un pranzo potesse rimettere in ordine vent'anni di silenzi, e tre figli convinti, ognuno a modo suo, che la prossima svolta sarà quella giusta. Leggendolo si arriva a un punto in cui la storia smette di parlare dei suoi personaggi e comincia a parlare di chi legge; da lì in poi, la parola correzione non suona più come prima.
Il libro
Le correzioni di Jonathan Franzen (2001) racconta i Lambert, una famiglia del Midwest americano: Enid, che organizza il ritorno a casa dei figli come un'ultima occasione per far quadrare i conti della famiglia; Alfred, il marito, che nella malattia sta perdendo proprio la capacità di controllare e giudicare che lo ha definito per tutta la vita; e tre figli adulti che inseguono ciascuno la propria idea di svolta, tra stabilità borghese che soffoca, controllo cercato nel lavoro e progetti sempre nuovi che promettono di essere quello giusto.
All'uscita fu accolto come una specie di grande romanzo americano contemporaneo: ampio, ironico, capace di tenere insieme la satira sociale e la pietà per i suoi personaggi più goffi. La critica ne ha lodato soprattutto l'equilibrio: Franzen non assolve nessuno dei Lambert, ma non li abbandona nemmeno al disprezzo. Li osserva con una lucidità che a tratti fa male; e proprio in quella lucidità sta la sua forma di affetto.
E ora che sei arrivato in fondo alla riflessione, votala da 1 a 5 .
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