Scritto di notte

Fasc. 001·24·08·2026

La regata immobile di Donald Crowhurst

Nel 1968 un uomo d'affari inglese partì per il giro del mondo a vela in solitaria. Non lo fece mai: rimase nascosto nell'Atlantico a inventare la propria rotta, finché la bugia non divenne più grande dell'oceano.

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Quando il 31 ottobre 1968 il trimarano Teignmouth Electron lasciò il porto di Teignmouth, nel Devon, Donald Crowhurst sapeva già due cose. La prima: era l'ultimo giorno utile per iscriversi alla Golden Globe Race, la prima regata intorno al mondo in solitaria e senza scalo, bandita dal Sunday Times. La seconda, e la teneva per sé: la sua barca non era pronta. Mancavano pezzi, i portelli perdevano, le pompe di sentina non erano state nemmeno collegate. Un amico che lo aiutò negli ultimi preparativi raccontò di averlo visto piangere, la sera prima della partenza. Partì lo stesso.

Per capire perché, bisogna capire chi era. Crowhurst aveva trentasei anni, quattro figli e una piccola azienda di elettronica, la Electron Utilisation, che produceva un radiogoniometro per diportisti chiamato Navicator. Gli affari andavano male. Il finanziatore che gli aveva pagato la barca, Stanley Best, aveva preteso una clausola spietata: se Crowhurst si fosse ritirato, avrebbe dovuto ricomprarsi il trimarano di tasca propria. Sarebbe stata la rovina. La regata non era un'avventura: era una scommessa disperata per salvare tutto — l'azienda, la casa, la reputazione. Il premio di 5.000 sterline per il giro più veloce valeva quanto un'ipoteca sulla vita.

L'oceano vero e quello inventato

Bastarono due settimane di navigazione perché la verità gli si presentasse con la puntualità dei fatti tecnici: la barca imbarcava acqua, i mari del Sud l'avrebbero distrutta. Andare avanti significava probabilmente morire. Tornare indietro significava il fallimento e la vergogna. Fu allora che Crowhurst inventò la terza via, quella che nessun regolamento aveva previsto: non fare né l'una né l'altra cosa.

Smise di avanzare e cominciò a mentire. Mentre il Teignmouth Electron ciondolava nell'Atlantico meridionale, al largo del Sudamerica, la radio trasmetteva a Londra posizioni trionfali: 243 miglia in un giorno, un presunto record. I giornali inglesi rilanciavano. Il suo addetto stampa, l'ex giornalista Rodney Hallworth, gonfiava ogni comunicato. E Crowhurst, nella cabina umida, teneva due giornali di bordo: uno vero, con le coordinate della sua deriva immobile, e uno falso, costruito con calcoli astronomici a ritroso di straordinaria complessità — perché inventare una rotta credibile, con i rilevamenti del sole giusti, è tecnicamente più difficile che percorrerla davvero.

Il piano aveva una sua logica gelida: aspettare che i concorrenti doppiassero Capo Horn, riaccodarsi in silenzio, arrivare ultimo tra i classificati. Nessuno controlla i libri di bordo di chi arriva ultimo. La beffa si sarebbe dissolta nell'indifferenza, l'azienda si sarebbe salvata, e nessuno avrebbe mai saputo.

La vittoria che non doveva accadere

Ma la regata, intanto, divorava i suoi protagonisti. Dei nove partenti, uno dopo l'altro si ritirarono quasi tutti. Robin Knox-Johnston, l'unico a completare davvero il giro, arrivò a casa per primo. Bernard Moitessier, il mistico francese, giunto a un passo dalla vittoria decise che il mondo civile non meritava il suo ritorno: rinunciò e continuò a navigare verso Tahiti. Restava Nigel Tetley, anche lui su un trimarano, convinto — dalle posizioni false — di avere Crowhurst alle calcagna. Per non farsi raggiungere spremette la sua barca fino a romperla: affondò a 1.100 miglia dal traguardo, salvato per miracolo.

Fu il momento in cui la trappola scattò al contrario. Con Tetley fuori gioco, Crowhurst si ritrovò di colpo destinato a vincere il premio per il giro più veloce. Lo aspettavano folle, telecamere, la regina dei festeggiamenti — e soprattutto gli esperti del Sunday Times, che avrebbero esaminato i suoi libri di bordo riga per riga. La menzogna costruita per passare inosservata stava per finire sotto la luce più forte d'Inghilterra.

Il diario della fine

Da quel punto i giornali di bordo cambiano natura. Crowhurst smise progressivamente di navigare e cominciò a scrivere: venticinquemila parole in pochi giorni, un fiume di matematica, metafisica e teologia in cui l'uomo che aveva imbrogliato il mondo cercava di dimostrare che la mente può liberarsi del corpo, che l'intelligenza è la chiave per uscire dal «gioco». Il 1° luglio 1969 annotò una sorta di conto alla rovescia, con i tempi segnati a margine come rilevamenti di rotta. L'ultima frase: «It is finished. It is the mercy». È finita. È la misericordia.

Il 10 luglio la nave postale Picardy trovò il Teignmouth Electron alla deriva a metà Atlantico, in ordine, con i piatti lavati e tre giornali di bordo sul tavolo di carteggio. Di Donald Crowhurst, nessuna traccia. Si presume sia sceso in mare con il cronometro di bordo in mano.

L'Inghilterra, che si preparava a festeggiarlo, lesse invece la storia della sua impostura. Knox-Johnston, il vincitore, ebbe un gesto che vale un'intera epoca: donò le sue 5.000 sterline di premio alla moglie e ai figli di Crowhurst. Anni dopo, il figlio Simon avrebbe difeso la memoria del padre con una frase che è forse il vero epitaffio di questa storia: non era un impostore, era un uomo perbene finito in una situazione da cui non esisteva uscita.

Il relitto del Teignmouth Electron è finito ad arenarsi su una spiaggia dei Caraibi, a Cayman Brac, dove per decenni si è lentamente sbriciolato al sole: il monumento involontario all'unico navigatore che fece il giro del mondo senza muoversi, e che si perse comunque.

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