Fasc. 009·01·09·2026
Il primo bambino che sognò in ebraico
Per quasi duemila anni nessuno l'aveva usata per dire buongiorno. Poi un uomo malato di tubercolosi decise che suo figlio non avrebbe mai sentito, in casa, un'altra lingua.
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Per quasi duemila anni nessuno l'aveva usata per dire "passami il sale". Poi un uomo malato di tubercolosi, sbarcato a Giaffa con una moglie e un'idea che i suoi contemporanei giudicavano folle, decise che suo figlio non avrebbe mai sentito, in casa, una parola che non fosse ebraica.
Una lingua che si usava solo per pregare
Nel 1881 l'ebraico era, per gli ebrei d'Europa, la lingua della sinagoga, dei testi sacri, delle dispute rabbiniche: si scriveva, si recitava, si studiava, ma da secoli non nasceva più nessuno che la parlasse come lingua madre. Chi viveva nel ghetto di Vilna o nello shtetl parlava yiddish, o russo, o tedesco; l'ebraico restava sospeso, imbalsamato dentro i libri, lashon kodesh, la lingua sacra, troppo santa per essere sprecata a chiedere l'ora o a litigare con il fruttivendolo.
Eliezer Perlman, nato nel 1858 in un villaggio della Lituania, aveva studiato in una yeshiva prima di scoprire l'illuminismo ebraico e poi il nazionalismo che stava nascendo tra gli ebrei d'Europa orientale. A Parigi, dove si era trasferito per studiare medicina, gli fu diagnosticata la tubercolosi: i medici gli consigliarono un clima più mite, e lui scelse la Palestina ottomana, allora una provincia povera e periferica dell'impero, popolata da poche decine di migliaia di ebrei sparsi tra Gerusalemme, Safed, Tiberiade e Hebron. Prima di partire aveva già cambiato nome in Ben Yehuda, "figlio di Giuda", e aveva già in testa il progetto che lo avrebbe reso famoso: fare dell'ebraico, di nuovo, la lingua di tutti i giorni di un popolo.
L'esperimento cominciò in una culla
Quando nel 1882 nacque suo figlio Ben Zion, Ben Yehuda decise di trasformarlo nel primo parlante nativo di ebraico moderno da un tempo immemorabile. Le regole di casa erano ferree: in presenza del bambino non si poteva pronunciare una sola parola in un'altra lingua. Si racconta, e la fonte principale è la stessa autobiografia della famiglia, che quando un giorno la moglie Devora, esausta, si mise a cantare al piccolo una ninna nanna in russo, Ben Yehuda la sorprese e la rimproverò duramente; un'altra volta, trovando il figlio a giocare in silenzio invece di parlare, si dice sia arrivato a incolpare la balia di avergli sussurrato qualche parola in yiddish e a licenziarla su due piedi. Sono aneddoti tramandati con enfasi agiografica, difficili da verificare punto per punto, ma coerenti con un'ossessione che gli storici concordano nel definire reale e totalizzante.
Il problema, banale e insieme enorme, era che l'ebraico biblico e talmudico non aveva le parole per il mondo in cui quel bambino avrebbe dovuto vivere: non esisteva un modo per dire "bambola", "giornale", "bicicletta", "gelato", "orologio da polso". Ben Yehuda si mise quindi a fabbricare parole, una dopo l'altra, pescando radici semitiche dall'arabo e dall'aramaico, riesumando termini biblici caduti in disuso e piegandoli a significati nuovi, oppure inventando di sana pianta. Iton per giornale, glida per gelato, bubah per bambola: centinaia, poi migliaia di parole che oggi ogni israeliano usa senza sapere che fino a poco più di un secolo fa non esistevano affatto.
Un dizionario e una guerra di parole
Nel 1890 Ben Yehuda fondò il Va'ad HaLashon, il Comitato della Lingua Ebraica, antenato diretto dell'odierna Accademia della Lingua Ebraica, e si dedicò a un'impresa mastodontica: un dizionario completo, il Milon HaLashon Ha'Ivrit Ha'Yeshanah VeHachadashah ("Dizionario della lingua ebraica antica e moderna"), che avrebbe dovuto raccogliere ogni parola mai esistita in ebraico e ogni parola necessaria a farne una lingua viva. Vi lavorò fino alla morte, nel 1922, senza riuscire a finirlo: fu completata dalla seconda moglie, Hemda, e dal figlio Itamar (lo stesso Ben Zion, che aveva nel frattempo cambiato nome).
Non tutti, nella Gerusalemme del tempo, presero bene questa impresa. Per la comunità ultraortodossa, l'idea di usare la lingua sacra per parlare di politica, di igiene o di prezzi al mercato era una forma di profanazione. Ben Yehuda fu più volte messo al bando dalle autorità rabbiniche più conservatrici, accusato di eresia sui giornali religiosi, e secondo alcuni resoconti arrivò persino a essere denunciato alle autorità ottomane come sovversivo, cosa che gli costò un breve periodo di detenzione. Rispose fondando giornali (tra cui Hatzvi) scritti interamente in ebraico moderno, l'unico modo, pensava, per costringere la lingua a uscire dai libri sacri ed entrare nelle case.
Un solo uomo, o un intero popolo?
Qui la storia si fa più controversa di come la racconta la leggenda che Israele coltiva su Ben Yehuda come "padre della lingua ebraica moderna". Diversi storici e linguisti, in anni recenti, hanno sottolineato che la rinascita dell'ebraico parlato fu un fenomeno collettivo: nelle scuole delle prime colonie agricole sioniste, tra bambini immigrati che non condividevano nessun'altra lingua comune, l'ebraico si impose spesso per necessità pratica più che per la volontà di un singolo riformatore. Il ruolo di Ben Yehuda, dicono questi studiosi, fu enorme ma non esclusivo: fu soprattutto un simbolo, un instancabile lessicografo e propagandista, più che l'unico artefice del miracolo linguistico.
Resta il fatto, comunque lo si racconti, che l'ebraico è l'unico caso conosciuto nella storia di una lingua senza parlanti nativi da quasi due millenni, tornata a essere la lingua materna di milioni di persone. Da qualche parte, in una casa di Gerusalemme della fine dell'Ottocento, un bambino imparò a chiedere da bere in una lingua che nessuno, prima di lui, aveva mai usato per quello scopo. Chissà in quale lingua, di notte, quel bambino sognava davvero.
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